5. Non sapevo che

Eviterò il solito pippone, l’inquadramento storico e le mie battutine di dubbio gusto. Hanno stancato anche me. Arriva un momento, nella vita, in cui bisogna dire basta. O “altro”: a quanto pare è la stessa cosa. Se c’è una cosa che mi ha colpito da quando mi sono trasferito a Bologna è proprio l’uso della parola “altro”. Non sono sicuramente il primo che ne parla, ma dato che non sapevo che cosa inventarmi per iniziare, vi tocca. Allora, la scena è questa: uno entra in un negozio, diciamo una panetteria, e comincia ad ordinare cose. Una pagnotta, un pezzo di crescenta (qui ci sarebbe da aprire un’altra parentesi ma…ops, l’ho appena fatto, la richiudo immediatamente), due biscottini di quelli intinti per metà nel cioccolato e del latte condensato, un tubetto. La donna dietro al bancone pesa gli ultimi acquisti, quindi, cosa più normale del mondo, domanda: “Altro?”. Se la spesa è completa, su tutti i pianeti del sistema solare risponderebbero “Grazie, basta così” oppure “No, grazie” o ancora “Basta così, grazie” o soltanto “Basta” o “A posto così”. A Bologna e dintorni – ne sono stato diretto testimone, non è una leggenda metropolitana – si risponde “Altro”. E ci potrebbe anche stare. Non ha finito di ordinare, ci ha pensato bene e un’altra pagnottella da congelare – non si sa mai – sarebbe un bel modo di chiudere la mattinata di shopping sfrenato. Invece, a quella parola, come fosse un linguaggio cifrato – “Eagle One a Eagle Two, entriamo in azione?”-“Altro” -, un segnale, la donna dietro al bancone ripone gli acquisti nella borsa, “batte” lo scontrino e comunica la cifra da pagare. Ho affidato a Fry (che ringrazio e saluto) di Futurama, la mia reazione di fronte alla scena:

Sublime interpretazione. “Che cosa mi sta sfuggendo?” è esattamente la domanda che mi faccio quando qualcuno alla domanda “Altro?” risponde “Altro” non ottenendo altro. Che altro aggiungere? Altro.

Tuffiamoci nella musica, va là, che è meglio. Soprattutto dove non è troppo profonda. È il caso dei Books, un duo davvero singolare (ed è strano, per un duo) che non ha bisogno di presentazioni ad effetto: erano (si sono sciolti) dei folli. Questi due, Zammuto e de Jong, giravano in lungo e in largo per i vastissimi USA, alla ricerca di mercatini dell’usato in cui scovare audiocassette (vale a dire reperti preistorici) per campionare le voci ivi registrate. E facevano lo stesso con giocattoli e oggetti vari tant’è che è davvero difficile riconoscere i suoni che contaminano i loro pezzi. Che, in definitiva, sono immensi mischioni, con musica di vari generi, effetti sonori (riconoscibili e non) e voci, spesso in loop. In una parola musica sperimentale. Ma non aleatoria (termine dotto per “a cazzo di cane”): Nick Zammuto – nel settore considerato una specie di scienziato musicale pazzo – ha sempre specificato che si è trattato di un lavoro preciso ed elaborato. Il risultato vi sorprenderà. Perché – e parlo per The Way Out, l’ultimo album – nonostante questo evidente guazzabuglio, c’è un filo conduttore e pure, per certi versi, una sonorità piacevole, un’orecchiabilità, se si può dire. Non ti urta e secondo me è già un grande traguardo. Al massimo stimola il sonno, visto che rovistano nel sordido mondo dell’ipnoterapia e del self-help. Cos’è il self-help? Avete presente tutta la storia dell’autostima, del credere in se stessi, di forgiare il proprio destino e delle maschere di Photoshop? Quella roba lì. Tra tutte (le trovate comodamente su youtube), vi consiglio, All You Need Is A Wall, non solo per il titolo geniale ma perché è una vera ninna nanna, di una dolcezza struggente, con questo sottofondo new age, questo gong buddista…ahhhh…che relax…Nei commenti peraltro si nasconde un genio: “TRUMP’S CAMPAIGN THEME”. Si potrebbe anche chiudere qui. Ma non ho ancora parlato del pezzo che interessa a noi: è la traccia numero 3 e si intitola I Didn’t Know That. Non lo sapevo o non sapevo che, fate voi. Molto più grintosa, il testo recita

I didn’t know that, I didn’t know that…
(Le cinéma, c’est vingt-quatre fois la vérité par seconde.)
Get excited about it. Yeah! Whoo!
Whoo! Man, I’m tellin’ ya
Woah! You ready, huh? Alright. Whoo!
Man, that’s exciting. Isn’t that awesome?
Me. Wow! Unbelievable
You’ll never be the same again after this weekend, will ya?
Style is much more important than substance
That was all there was?
Aye! Yeah! That’s right. You know what I’m sayin’?
(No!) Yeah!
Whoo! I’m tellin’ ya. Man
I just washed my hair
Thought: you have to stretch it very hard
And it’s as hard as a brain
I didn’t know that, I didn’t know that… ooh, Man

Voci femminili, robotiche, distorte e raramente comprensibili, parlano di questa cosa particolarmente eccitante. Qualcosa destinato a stravolgere la vita, che fa esclamare “Wow! Incredibile”, in cui lo stile è più importante della sostanza. Zammuto e de Jong non sapevano di cosa si stesse parlando. Noi si. E allora diciamolo tutti insieme: curl…ehm…frisbee! Per questa ragione, I Didn’t Know That è la quarta canzone che parla di frisbee senza saperlo, dichiarandolo. Il massimo. Andate a vedervi il video, è molto divertente. E aggiungetela alla vostra lista. In bocca al lupo per i vostri match: lo dicono anche i Books, “you’ll never be the same again after this weekend”.

Alla prossima.

Stretcho i flessori e afferro il disco.

Dj Pinu
Dj Pinu

Dj Pinu "è un prodotto della mente. Anzi, ha prodotto della menta ma non era autorizzato per cui l'hanno imprigionato". Ultratrentenne, bolognese di adozione, pur sapendo poco o niente di musica, ha sempre desiderato scriverne. Il sogno - si vocifera solo perchè amico del direttore - si è finalmente avverato.