7. Torna da me

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Piccolo aggiornamento, prima di cominciare, a proposito dell’articolo “5. Non sapevo che”: se ricordate, si parlava della strana usanza – per quanto ne so esclusivamente emiliano-romagnola – di rispondere “Altro” alla richiesta “Altro?” senza ricevere, per l’appunto, altro. Qualche settimana fa, al bancone di un noto supermercato, un uomo ha risposto addirittura “Altro così”. Si potrebbe anche chiudere qui, questo articolo, questa rubrica e forse anche il sito poiché la realtà ha superato la più perversa fantasia.

Ho avuto, lo confesso, la tentazione di parlare di roba seria. Ad esempio del pesante clima tra Usa e Corea del Nord: sarebbe stato facile, ad esempio, prendere un po’ in giro il longilineo Kim Jong-un, leader coreano che, alla notizia di un presunto raid americano contro il suo paese, ha voluto placare gli animi con un “Li distruggeremo senza pietà”. Ogni guerra, nella storia, ha avuto il proprio appellativo, un modo di essere caratterizzata: tutti ricordiamo la Guerra dei cent’anni, la Grande Guerra, la Guerra delle due rose, la Guerra fredda, ecc. Se dovesse davvero scoppiare questo conflitto, sarà probabilmente ricordata come la Guerra degli orribili tagli di capelli: da una parte la scintillante e riportata parrucca di Trump, che ben conosciamo, dall’altra le basette altezza sopracciglia di Majin Bu – Kim Jong-Un, studiate per esaltare un visino niente male. Non saranno un missile o una testata nucleare a seppellirci, ma i rasoi coreani e le tinte americane.

No, non è questo il luogo per parlare di questioni di siffatta serietà. Questo è il tempio delle amenità, delle cazzate, della locura. Ma non dell’ignoranza, quella proprio no. Quanto va di moda essere “ignoranti”? Ci avete mai pensato? Ci sono i calciatori, i tiri, le serate, i commenti, le canzoni, le serie… tutto ignorante. E più qualcosa lo è, più ha successo. Chiedo, come siamo passati da “Addio, monti sorgenti dall’acque, ed elevati al cielo; cime inuguali, note a chi è cresciuto tra voi, e impresse nella sua mente, non meno che lo sia l’aspetto de’ suoi più familiari; torrenti, de’ quali distingue lo scroscio, come il suono delle voci domestiche; ville sparse e biancheggianti sul pendìo, come branchi di pecore pascenti; addio! Quanto è tristo il passo di chi, cresciuto tra voi, se ne allontana!” a “Col trattore in tangenziale. Andiamo a comandare”? Ci deve essere stato un momento, un passaggio cruciale, un anello di congiunzione. E credo anche di conoscerlo. Paolone si divideva tra due grandi passioni: la cura dei campi di calcio e i proverbi. Tra una falciata d’erba e l’altra se ne veniva fuori con le sue perle tra cui “Finchè la bocca prende e il culo rende, un colpo alla medicina e a chi la vende”. Ma il giorno in cui è tramontato il genio manzoniano, per far posto a Rovazzi, me lo ricordo come se fosse ieri: infuriato, Paolone entrò negli spogliatoi lamentando il fatto che l’abbigliamento sportivo fresco di lavanderia avesse la curiosa tendenza a sparire. Con qualche “Porcu” e “Porca” di troppo, concluse così la propria arringa

“Tutti devono prendere la roba sua!”

Qualcuno, tentò di correggere

“Loro…”

Invano. Perché lui replicò

“Tutti!”

Ed ecco servito il mappazzone. Dopo aver mischiato Trump, Kim Jong-un, Manzoni e Rov…no aspettate, non possono stare vicini: facciamo così, Manzoni, Trump, Kim Jong-un e Rovazzi, ecco meglio, dicevo arriviamo finalmente al pezzo di questa settima puntata. Una canzone che dedico proprio all’autore de I Promessi Sposi, scritta e cantata dai Rapture, gruppo americano scioltosi nel 2014. Forse sono io che porto sfiga. Comunque, la canzone è Come Back To Me, tratta dall’ultimo album (In The Grace Of Your Love) pubblicato dai ragazzi, due dei quali di chiara origine italiana (Vito Roccoforte, batteria e Gabriel Andruzzi, tastiera e chitarra). Di che genere stiamo parlando? Direi soprattutto elettro/indie/alternative rock, dall’atmosfera MGMT di Kids e Time To Pretend, con vette particolarmente apprezzabili (House Of Jealous Lovers su tutte, dall’album Echoes, 2003). Nel caso di Come Back To Me, regna un’atmosfera gioiosa, positiva, tambureggiante che però viene gradualmente meno, in una sorta di azione sottrattiva, fino ad un finale cupo in cui gran parte dei suoni che avevano caratterizzato la prima parte spariscono, ribaltando completamente il senso del testo:

I welcome you back into my feet
My spirit
Loving spirit I welcome you back into my hands
My spirit
Frustrated spirit I welcome you back into my heart
My spirit
Nourishing spirit I welcome you back into my legs
My spirit
All loving spiritAren’t we all childrenI welcome you back into my ears
My spirit
Vibrating spirit

I welcome you right into my head
My spirit
Strengthening spirit

Aren’t we all children

I welcome you back into my feet
My spirit
Loving spirit

I welcome you back into my hands
My spirit
Frustrated spirit

I welcome you back into my ears
My spirit
Vibrating spirit

I welcome you right into my head
My spirit
Strengthening spirit

Ti riaccolgo tra le mie mani, anima mia, anima frustrata. Così pure nella testa, nelle orecchie, nel cuore e così via. Il significato mi è oscuro quasi come il naufragar mi è dolce in questo mare: forse la chiave è in quel “Aren’t we all children”, non siamo forse tutti bambini, c’è il fanciullino di Pascoli e lo spirito inteso come forza vitale che anima la materia. Ma è un forse grande come una casa. Più probabilmente, è valida in questo come nei casi precedentemente analizzati, la teoria del Dr. Knock: il personaggio frutto della geniale mente di Jules Romain (ma quanta cultura c’è in questo pezzo?!) sostiene che la persona in salute altro non è che un malato che si ignora. Traslando questo concetto e applicandolo al mondo del frisbee, Come Back To Me è un pezzo che ne parla, senza saperlo. Eppure gli indizi sono tutti lì: ti riaccolgo tra le mie mani, spirito amorevole e vibrante, torna da me. È un atleta supplichevole quello che parla, pronto a ricevere il disco anche in modi non convenzionali, ovvero dritto sulla testa, sulle orecchie, sui piedi e sulle gambe, risparmiando giusto i genitali. Purché torni da lui. Quasi fosse un boomerang. C’è del mistico e della beatitudine. Che peraltro, è anche la traduzione di rapture, un rapimento spirituale, un’estasi, “su un punto delicato/Questa non è una replica/Facile e leggera/Non è una mossa tattica”. Un modo consono e ruffiano di concludere questo articolo e augurarvi buona Pasqua.
È tutto, anche per il settimo appuntamento. Alla prossima.
Stretcho i flessori e afferro il disco (con le orecchie).
Dj Pinu
Dj Pinu

Dj Pinu "è un prodotto della mente. Anzi, ha prodotto della menta ma non era autorizzato per cui l'hanno imprigionato". Ultratrentenne, bolognese di adozione, pur sapendo poco o niente di musica, ha sempre desiderato scriverne. Il sogno - si vocifera solo perchè amico del direttore - si è finalmente avverato.