Alice: una frisbeesta e il suo doping

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Non ci saranno più numeri né traduzioni di titoli di canzoni. L’illustr. egr. dir. Pisano ha scoperto, tramite complicatissimi calcoli basati su un algoritmo di sua invenzione, che i titoli dati in precedenza agli articoli della rubrica “Non solo disco” non “pagavano” dal punto di vista delle interazioni su quello che è comunemente considerato come il Terzo Reich dei social network, ovvero Facebook. Anche Dj Pinu ha dovuto chinar la fronte al cospetto delle logiche commerciali: è la fine di un’epoca, l’abbandono di un luogo bucolico in cui le persone non si fermavano ai titoli ma, nel caso di sincero apprezzamento, leggevano gli articoli fino all’ultima battuta. Nessun rancore, solo una lucida presa di coscienza: crescere significa intitolare “Clamoroso! La canzone più bella di tutto l’Universo! Clicca per scoprire come la ballano i marziani!”. Disseminare ami in giro per i social, trattando gli utenti come ottusi pesci pronti ad abboccare. Che amarezza.

Il pezzo di cui andrò a parlare oggi lo dedico a tutte le Alice che giocano a frisbee, sperando che ce ne sia almeno una che segue le vicende di questo pazzo pazzo sito. È un nome che, nella storia della letteratura e della musica, ha un suo perchè. A Carrol penseremo dopo. Cominciamo invece dai Jefferson Airplane: nel 1976 la band di San Francisco incide White Rabbit. Che tu sia mai stato in acido oppure no, è qualcosa che ti entra dentro, che ti smuove qualcosa in zone del corpo e in particolar modo del cervello che non sapevi di possedere. È un crescendo di tensione, mentre la voce della divina Grace Slick ti taglia letteralmente in due, uscendo “fuori della metrica a forza di allungare le vocali” e raggiungendo “effetti selvaggi. […] Il che fa pensare che per rovesciare qualcosa occorre che prima ci sia qualcosa da rovesciare, una dote, un lusso, come i vestiti buttati a terra da San Francesco”. Il pezzo è talmente stravolgente, talmente terrificante che, non a caso, in Fear and Loathing in Las Vegas (Terry Gillian, 1998), il Dr.Gonzo (Benicio Del Toro) chiede a Raoul Duke (Johnny Deep) di gettare la radio nella vasca in cui il grasso avvocato giace in evidente stato di alterazione psichica, proprio al culmine di White Rabbit, “when it comes to that fantastic note where the… rabbit bites its own head off”. Come potete immaginare o come forse già saprete, la canzone è una rivisitazione in chiave lisergica del celeberrimo romanzo di Lewis Carrol, già Charles Lutwidge Dodgson, Alice’s adventures in wonderland: una pillola ti fa diventare grande, un’altra ti rimpicciolisce; quando gli uomini sulla scacchiera si alzano e ti dicono dove andare e tu hai appena appena preso dei fughi e la tua mente si muove lentamente; ricorda quello che aveva detto il ghiro, nutri la tua mente, nutri la tua mente.

Le avventure di Alice nel pittoresco Paese delle Meraviglie sono largamente note, grazie al successo di libro e numerose trasposizioni cinematografiche. Quello che forse non tutti sanno è che persino qui, in Italia, c’è stato chi ha tratto ispirazione dal matematico di Daresbury. No, non è De Gregori. Ma Camerini. Nei rari casi in cui ho chiesto ad amici, conoscenti, familiari, ecc. se conoscessero Camerini, ho ricevuto sostanzialmente due feedbacks, con lievi variazioni:

1.”Quelli di Zara?”

2.”Scopa di più!”

Anche se non credo di averlo domandato ad un numero di persone così elevato, la statistica dice che uno su quindici può riscattare il genere umano con

3. “Quello di Rock’ n Roll Robot?”

Ma certo, che cazzo, proprio lui! Alberto Camerini! “Se il mondo ti confonde/non lo capisci più/Se nulla ti soddisfa/Ti annoi sempre più/Scienziati ed ingegneri hanno inventato già/Una generazione di bambole robot”. Tutti insieme, dai, “Oooh rock’n’roll robot, oooh rock’n’roll robot”! Artista a tutto tondo (anche attore), “è considerato l’Arlecchino del rock italiano”. Negli anni d’oro (gli spendaccioni ’80) passa con grande disinvoltura dal synth, al pop e al punk. Con Rock’ n Roll Robot anticipa temi futuristici quali l’intelligenza artificiale e l’invadenza delle macchine, con Alice Forse Lo Sa Già dimostra una discreta conoscenza delle droghe sintetiche. Il brano è contenuto in Cyberclown, album pubblicato nel 2001. Il testo, politicamente scorretto, recita

Alice forse lo sa già stasera dove arriverà
Paese delle meraviglie le sue pastiglie, chissà chi incontrerà
Sostanze sintetiche, oh! oh! Sostanze cosmetiche, oh! oh!
Distanze poetiche, oh! oh! Di danze estetiche, oh! oh!
Il coniglio ha fretta già, il tempo lui non perderà
Ci sono nuove dimensioni, accelerazioni, chissà chi incontrerà
Sostanze sintetiche, oh! oh! Sostanze cosmetiche, oh! oh!

Distanze poetiche, oh! oh! Di danze estetiche, oh! oh!
Alice canta per sognare, Alice balla per innamorare
Ora Alice a chi la da la sua nuova identità?
Ci sono nuove dimensioni, accelerazioni, barbiturici o no?
Sostanze sintetiche, oh! oh! Sostanze cosmetiche, oh! oh!
Distanze poetiche, oh! oh! Di danze estetiche, oh! oh!

Ora: ci sono molteplici chiavi di lettura. Per come la vedo io – ed è l’unica visione che realmente conta – Alice è una frisbeesta che, dopo una vittoria particolarmente convincente contro le avversarie di sempre, sotto la doccia già pregusta una serata in cui si spaccherà a merda, come se il giorno dopo fosse il ponte del 25 aprile. E allora via con i pensieri peccaminosi (“Ora Alice a chi la dà”), il maquillage (“Sostanze cosmetiche”), i meritati stupefacenti (“Le sue pastiglie”), i balli sfrenati e conturbanti (“Alice balla per innamorare”). I barbiturici, diciamocelo, vanno un po’ oltre, segno che la serata sfocerà in un vuoto pronto soccorso di provincia. È un inno alla goliardia malata, quella che spesso pervade i festeggiamenti post-vittoria degli atleti, senza distinzione di genere, età o disciplina. Cosa mi fa pensare che lo sport in questione sia il frisbee? Per via del ritmo vivace, dell’atmosfera che sa di spazi aperti e di quelle “dimensioni, accelerazioni”, con i giocatori impegnati in “danze estetiche”, posizionati a “distanze poetiche”. Se questo non è un pezzo che parla di frisbee, mi mangio una m***a.

E così, anche Alberto Camerini entra nell’élite di quegli artisti che hanno composto, cantato, suonato canzoni che parlavano di frisbee, ignorandolo completamente. È tutto anche per questo ottavo appuntamento. Festeggiate consapevolmente. I barbiturici teneteli al fresco per l’ultima di campionato.

Stretcho i muscoli e salgo sul cubo accanto ad Alice.

Dj Pinu
Dj Pinu

Dj Pinu "è un prodotto della mente. Anzi, ha prodotto della menta ma non era autorizzato per cui l'hanno imprigionato". Ultratrentenne, bolognese di adozione, pur sapendo poco o niente di musica, ha sempre desiderato scriverne. Il sogno - si vocifera solo perchè amico del direttore - si è finalmente avverato.