Ciao mamma guarda come lancio il frisbee

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“Nello sconfinato universo di cose che realmente detesto (qualcuno, che l’Accademia della Crusca lo fulminasse, mi definirebbe un hater), ultimamente ce ne sono tre che sono in testa alla mia personalissima classifica”.

Recitava così l’incipit di un mio articolo, mai pubblicato, di poco meno di un anno fa. Quali erano queste tre cose? Non me lo ricordo più. I bersagli cambiano in fretta, è tutto molto rapido e fluido nella mia testolina bacata. Con un’unica eccezione:

Le canzoni non devono essere belle/Devono essere stelle/Illuminare la notte/Far ballare la gente/Ognuno come gli pare/Ognuno dove gli pare/Ognuno come si sente/Ognuno come gli pare/Ognuno dove gli pare/Ognuno come si sente/Come fosse per sempre/Come fosse per sempre

Pur apprezzando la sincera dichiarazione d’intenti, la poetica – “Le canzoni non devono essere belle” – mi è impossibile non detestare, profondamente, l’autore di questo e altri successi. Eravamo partiti con Gimme Five e La Mia Moto, proseguendo con Ragazzo Fortunato e Serenata Rap. Roba facile, giovane, divertente, ultra leggera. Confesso di aver adorato – e di cantare a squarciagola tuttora – Gente Della Notte (“La gente della notte fa lavori strani, certi nascono oggi e finiscono domani…”). Poi la folgorazione sulla via della saggezza: “Dalla commistione di rap dei primi successi […] si discosta ben presto avvicinandosi gradualmente al modello della world music.

All’evoluzione musicale corrisponde un mutare dei testi dei suoi brani, che, nel corso degli anni, tendono a toccare temi sempre più personali, più tipici dello stile cantautorale italiano […]. L’album del 2002, Lorenzo 2002 – Il quinto mondo, conferma, anche per mezzo dei suoi singoli, l’equidistanza e l’equilibrio dei due poli della lirica di Jovanotti; la canzone d’amore e l’impegno politico e sociale” (it.wikipedia.org/wiki/Jovanotti). Aspetta che lo riscrivo: l’equidistanza e l’quilibrio dei due poli della lirica (!) di Jovanotti? Dai ragazzi, non scherziamo. Quale equidistanza e quale lirica. Se la letteratura e la poesia dobbiam per forza scomodare, a me viene in mente soltanto l‘enumerazione, ovverosia la figura retorica “che consiste nel congiungere una serie di parole”, e in particolare la sua forma più volgare, ovverosia l’accumulazione, un elenco di elementi buttati lì a caso.

Vedo cristoforo colombo il marinaio/È arrivato il mio momento per partire/Cosa pensa il trapezista mentre vola/Non ci pensa mica a come va a finire/Vedo I barbari che sfondano il confine/E mi guardano dal vetro dello specchio/E qualcuno che medita la fine/Tutto il cielo si riflette nel mio occhio/Le montagne che dividono I destini/Si frantumano diventano di sabbia/Al passaggio di un momento di splendore/E spalanca la porta della gabbia/Vedo gli occhi di una donna che io amo e/Non sento più il bisogno di soffrire/Ogni cosa è illuminata

A.A.A cercasi disperatamente connessioni logiche tra una frase e l’altra. L’ultima peraltro avrà certamente scatenato l’ammirazione dei fans, ma non è sua bensì il titolo di un bellissimo libro di Jonathan Safran Foer (nonchè di una più che decente trasposizione cinematografica). Una carriera costruita sull’ovvio e sul buonismo più smaccato (“Cancella il debito!”), una perenne impepata di cozze, equivocata, quasi sempre scambiata per qualcosa di decente se non addirittura “poetico”.

Ridi se ti dicono l’ovvio/tremi e t’emozioni se ti dicono l’ovvio/il cuore batte forte se ti dicono l’ovvio
questo perché, baby, hai l’ovvio: baby, hai l’ovvio.

Grazie di esistere, Frankie Hi-nrg. Eppure gli stadi si riempiono e siamo a un passo dalla beatificazione, non solo musicale. Quindi, evidentemente e come al solito, io della vita non ho capito un cazzo. Tutta colpa della legge dell’ortica, “che ogni giorno mi incita”:

Se parlo di cazzate tutti dicono che bello/Se faccio polemica sono carne da macello/Per carità, molto meglio le banalità/Parlare di emozioni, questo è il motto/Prr. com’è? Non trovi emotivo il botto?/Se aspetti un secondo te lo propongo da qua sotto…/Della poesia me ne fotto/Io stesso sono nato per un condom che si è rotto…

Grazie anche e soprattutto a Michele Salvemini alias Caparezza il quale, nel 2003, pubblica l’album Verità Supposte. Un compact disc che ho letteralmente consumato nei miei viaggi in tram, sotto il cielo piovoso di Torino. Un album impegnato, antirazzista (Vengo Dalla Luna), antiguerra (Follie Preferenziali), anti tv spazzatura (L’Età Dei Figuranti). Punti altissimi, come in Follie preferenziali

Chiedo aiuto a Newton/Isacco come cacchio si fa/a sopportare fatti di sta gravità?

In Dagli all’untore riporta in vita la peste bubbonica, i monatti, i lazzaretti di manzoniana memoria e la cieca e bieca ricerca di un caprio espiatorio, perché un colpevole deve esserci per forza. Ma veniamo finalmente all’ultima traccia che chiude e sugella degnamente tutto il lavoro: Jodellavitanonhocapitouncazzo

Io non faccio spettacolo, io do spettacolo come

Mio nonno ubriaco nel giorno della mia comunione

Talmente fuori di melone

Che ho parenti per niente contenti di portare il mio stesso cognome

Lasciatemi la presunzione

Di sentirmi letame

A volte duro a volte liquame

Ma che voglia di fama, sono un morto di fame

Ma che posto a tavola ho la ciotola come un cane

Abbaio per un paio di piatti che mendico

Potrei fare il collerico, pero’ me lo dimentico

Mi sta accanto un autentico medico che mi dice:

“Non ti rendi conto che diventi schizofrenico?”

Zitto medico, mi costi caro!

Io valgo zero

E non chiamarmi artista, ma cazzaro!

È chiaro?!

Io sono cazzaro, alla radice

Sono felice nella fece dovrei piangere ed invece…

 

Sono malato, ma da un lato non do fiato a vittimismi

Un Mirko con tutti i crismi

Licia kiss me

Ambisco all’oscar, ma quello degli aforismi

Dovevo farmi la doccia, ma mi hanno dato un frisbee

E puzzo da schifo, bevo a sbafo

Scampato al mio destino come un clandestino in uno scafo

Occhi spalancati come un gufo

Costruisco tufo su tufo un futuro che mi vede UFO

Sicuro che mi stufo

Lo giuro su ogni ciuffo

Dovrei suonare la tromba per quante volte sbuffo

Se mi tuffo in una mia idea

Mi ritrovo in apnea in una marea di diarrea

Lo trovo buffo

Io sono vivo, ma non vivo perché respiro:

Mi sento vivo solo se sfilo la stilo e scrivo

Quando sono nato non capivo, ed ora che continuo a non capire

Non mi resta che…

 

Rido, ma piango di gusto

Se vedo il bell’imbusto palestrato e lampadato al punto giusto

Io che tra le ciocche c’ho il fango di Woodstock, puzzo

Accumulo per ore il sudore che spruzzo

Amo le donne che sanno di merluzzo

Più che soubrette da paillettes e piume di struzzo

Ruzzolo in un gruzzolo di gioia

Anche se l’estate non la passo nello spasso della playa

Sono la chiavica campione in carica

Ma ho la calotta cranica che scotta come roccia lavica

E nella gara di chi bara nella musica

Sono in gioco con un due di picche nella manica

L’unica certezza è che finisco male

Muore Caparezza, tutti al funerale!

È paradossale

Ma io non vengo, non ci tengo

Mamma, quanti dischi venderanno se mi spengo!

(Dottore, in sala operatoria)

 

Cosa aggiungere ad un testo del genere? Che cita apertamente il frisbee e poco altro. Basta a se stesso, un mix di cinismo e disincanto di rara efficacia. E che carica la base! Non ci sono stelle che cadono né desideri da esaudire. Non è il migliore dei mondi possibili, è una cazzo di guerra quotidiana per rimanere a galla e non affogare “in una marea di diarrea”. Profilo basso, non “Mi Fido Di Te” né di nessun altro.

Insomma, Capa batte Jova 10 mete a 0. Da Dj Pinu è tutto. Alla prossima.

Stretcho i flessori e ciao mamma guarda come lancio il frisbee.

Dj Pinu
Dj Pinu

Dj Pinu "è un prodotto della mente. Anzi, ha prodotto della menta ma non era autorizzato per cui l'hanno imprigionato". Ultratrentenne, bolognese di adozione, pur sapendo poco o niente di musica, ha sempre desiderato scriverne. Il sogno - si vocifera solo perchè amico del direttore - si è finalmente avverato.