Giocatori italiani master: intervista a Riccardo Serra sui magici anni ’90

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Con la federazione che ha compiuto 40 anni, abbiamo intervistato Riccardo Serra, uno giocatori dell’ultimate frisbee italiano degli anni ’90. Ora che è tornato a calcare i campi, gli abbiamo chiesto di raccontarci le sua storia e le sue impressioni rientrando nel movimento.

Attuale giocatore master degli Alligators, Riccardo Serra è stato uno dei primo giocatori di livello italiani degli anni 90′ e queste sono le sue impressioni al rientro sul campo da gioco. Abbiamo lasciato l’intervista praticamente intonsa per come ci è arrivata, senza domande e risposte, lasciando traspirare maggiormente il sapore romantico di quegli anni…

<Ho incominciato a giocare ad ultimate nel 1993 all’età di 23 anni (e questo rimane un grosso rammarico della mia vita). Prima di allora ignoravo completamente l’esistenza di questo sport. Fu un mio caro amico che una sera mi presentò un suo compagno di università, tale Michele Mengucci, padre fondatore della Fotta e figura chiave dell’ultimate di quegli anni. Molto presto Mick decise di seguire la sua nuova squadra lasciando il Cotarica. In quella sera, tra una birra e l’altra, mi convinse a provare. A quel tempo facevamo un solo allenamento alla settimana ai giardini margherita. Mi entusiasmai subito. Successivamente, non molto tempo dopo per fortuna, grazie a Marco Bonzagni o Fabio Finelli (non ricordo e potrei sbagliarmi9, riuscimmo ad ottenere la possibilità di allenarci negli impianti del Cusb al Terrapieno. Fu la prima svolta dell’ultimate bolognese. Eravamo in missione per conto di Dio e non c’era vento, neve o pioggia che potesse farci saltare gli allenamenti.

A quel tempo l’ultimate era giocato fondamentalmente a Rimini, Milano e appunto il nascente polo di Bologna. Era una comunità abbastanza alternativa che intercettava persone difficilmente inquadrabili in altri sport ma era anche il suo bello e la sua unicità. Già l’anno successivo incominciai i primi tornei, alcuni dei quali grazie all’ospitalità degli amici/nemici del Cota. Molti di loro studiavano a Bologna e hanno molto contribuito alla crescita del movimento bolognese. Nel ’94 mi aggregai alla spedizione per i Worlds a Colchester nella quale non lasciammo segni indelebili. Già da questa indicazione capite il livello di selettività del tempo, io con un anno e mezzo di esperienza andavo a giocarmi un mondiale!

Non c’erano ancora leghe invernali o estive e anche la federazione era qualcosa di molto distante dai nostri pensieri o quantomeno dai miei. Non stavamo progettando o pensando al futuro ma vivevamo alla giornata. Era uno stile definitivamente auotgestito che ha caratterizzato le gestione di quegli anni e che ha fatto progredire il movimento molto lentamente. Ogni tanto si nominava un allenatore per poi simpaticamente boicottarlo. Ci sono state separazioni con persone che si allontanarono dalla Fotta per fondare nuove squadre e anche tanti tentativi di darsi delle regole ma nella sostanza non eravamo ancora pronti a strutturarci come è oggi. In campo eravamo piuttosto riottosi ma esclusivamente tra di noi. Potevamo bisticciare per ore però mi sento di dire che il rispetto per gli avversari non è mai venuto meno. Anzi, se devo sottolineare una differenza rispetto all’ultimate odierno, è sicuramente nell’approccio, decisamente meno romantico. Oggi è uno sport, ieri era anche un insieme di valori e precetti che erano comunque condivisi e fatti rispettare. Personaggi come Clay di Rimini, con la sua capacità di mostrarti come dare il massimo senza mai rinunciare al rispetto delle regole rimangono molto significativi nella nostra esperienza. Certe frequenti e dubbie chiamate di oggi allora sarebbero risultate fuori luogo. Detesto l’ipocrisia e non sono qua a fare la morale anche perché, come accennato prima, ci capitava di offrire esempi poco edificanti quando giocavamo. Però, giusto per la cronaca.

I tornei principali erano il Paganello, quello di Cernusco a Milano e a livello internazionale sicuramente Ginevra (bellissimo nel suo parco) e Rotterdam ma anche altri minori come Karlsrue o Norimberga. Ed è un peccato non potere raccontare in questa sede tutti i meravigliosi aneddoti che queste trasferte offrivano. Perché, e qua veniamo alla seconda grande differenza rispetto all’approccio odierno, la Fotta era composta da un discreto numero di “party animals”. Non ricordo chiusure di feste che non abbiano visto uno o più dei nostri fare il loro dovere. Non era infrequente che alla prima partita del giorno dopo qualcuno non pervenisse. L’interesse per quello che stava prima e dopo le partite non è mai venuto meno. Io e il mio sodale Michele Bernardoni, siamo stati addetti per tanti anni all’organizzazione della festa del torneo di Bologna. Era per noi molto importante che gli ospiti si divertissero e ricordassero quel momento. Quando andavamo a certi tornei all’estero dove non era prevista la festa era motivo di grande scontento.

Rimangono dei classici gli appuntamenti alle sei del pomeriggio per partire alla volta di un torneo per poi mettersi in moto non prima delle otto e mezza/nove. Una volta giungemmo a Rotterdam intorno alle sei del mattino senza neanche una torcia per piantare le tende. E non c’erano cellulari e navigatori!

Parallelamente all’ultimate cercavo di portare avanti i miei studi universitari. Diciamo che l’ultimate non mi aiutava in questo senso. Avendo accumulato un certo ritardo negli studi ho dovuto incominciare a fare qualche scelta. Il servizio civile, il viaggio sabbatico in Australia, altre vicende più personali e alla fine l’ingresso nel mondo del lavoro hanno fatto il resto. Il mio fisico ha incominciato a lanciare segnali ineludibili e credo all’età di 34/35 anni di avere appeso le scarpe al chiodo. Di lì a poco sono arrivati i figli ed è stata una separazione molto dolce anche se netta. Non ho più seguito quello che succedeva, l’inconscio mi ha portato lontano anche se il mio più caro amico continuava a darmi notizie.

Mi sono riavvicinato all’ultimate all’inizio di quest’anno perché il mio secondogenito ha iniziato a giocare negli History One. A forza di lanciare e accompagnarlo in giro il richiamo si è fatto via via più irresistibile. All’inizio devo confessare che frequentare l’ambiente mi ha reso malinconico. Osservavo la bravura degli allenatori, l’efficacia dell’organizzazione di oggi e mi sembrava di non avere alcun merito; ero anche un po’ arrabbiato con me stesso. Poi pian piano ho capito meglio il nostro ruolo in questa bella storia e che quelle fasi che vi ho raccontato erano necessarie per arrivare all’organizzazione di oggi. Ho ritrovato vecchi amici e quando ho avuto la possibilità di aggregarmi ai Wise Gators l’ho presa al volo e ne sono contentissimo.

Insomma oggi la triste differenza è che ho quarantotto berette e allora avevo i capelli lunghi. Certamente il livello dell’ultimate di oggi lo rende più vicino ad altre attività sportive. Diciamo quindi che quella componente più ludica di cui ho detto si è un po’ ridimensionata, però direi che non è il caso di essere nostalgici o almeno non ancora anche perché il prossimo torneo è alle porte: chissà se siamo diventati “wise” o partiremo in ritardo anche questa volta…>.

Piero Pisano
Piero Pisano

...appassionato, tifoso, giocatore, allenatore, dirigente. Tutto per un disco di plastica...