La storia segreta del frisbee nell’arte: La chiave dei campi

“Fenesta custa nova gelusia”, cantava Fabrizio DeAndrè nel 1990. Una dolcissima canzone popolare napoletana interpretata dal maestro genovese e inserita nell’album Le Nuvole. Il testo tradotto fa così:

Finestra con questa nuova persiana

tutta lucente

coi chiodini d’oro

tu mi nascondi

la mia bella Nennarella

lasciamela vedere

se no muoio.

Sono i pensieri che si suppone abbiano attraversato la mente di Renè Magritte, nel lontano 1936. Considerato come uno dei maggiori rappresentanti del surrealismo, l’artista aveva appena deciso di cambiare quei brutti infissi di alluminio anodizzato. Si fece fare qualche preventivo, poi optò per Michele, un simpatico pugliese tuttofare che insistette per sistemargli anche il pavimento del bagno. Renè declinò l’offerta e scelse invece una splendida finestra in legno lamellare, con persiane in abete. Uno spettacolo. Michele arrivò un sabato mattina, sul presto, proprio mentre il pittore belga era intento a non fumare una pipa. Ci vollero non più di un paio d’ore. L’artigiano emise regolare fattura, Renè saldò e poi si sedette lì di fronte, a godersi quella finestra con questa nuova persiana. Rapito, decise che ne avrebbe fatto un quadro. Preparò il cavalletto, reputò che la luce era quella giusta, quindi intinse il pennello. Proprio in quel momento sentì un gran fracasso di vetri rotti e un oggetto non identificato che lo superò sfrecciando, alla propria sinistra. Tra il timore e la curiosità, sporse timidamente la testa oltre la tela di fronte a sé: il vetro della finestra, la sua adorata finestra con la nuova persiana, era andato in mille pezzi e appena sotto giacevano centinaia di schegge. Renè non si scompose (anche se la cosa pareva un tantino surreale persino per lui), non era uno che si faceva prendere dalle emozioni. Si sedette di nuovo sullo sgabello e dipinse la scena esattamente come gli si parava davanti agli occhi. Così nacque La chiave dei campi, un dipinto in cui “le immagini sono il mezzo più opportuno per scardinare il sistema sociale ben organizzato del mondo occidentale. La violenza esercitata sugli oggetti, che a volte l’artista identifica solo grazie all’ausilio di parole che mai corrispondono all’immagine, ha come compito specifico quello di indurre alla trasformazione formale di oggetti usuali, il mutamento della materia che li compone”. Ahahahah, ma de che, per favore, suvvia. La spiegazione del quadro e dell’episodio è di una semplicità disarmante. Ma non se siete abituati ad ammirare il dipinto “edulcorato”. In realtà, la prima versione del quadro era simile a questa, ma senza due fondamentali particolari. Nell’immagine in basso ci sono due macro differenze, sapreste dire quali?

 

Soluzione: una è il disco che entra dalla finestra alla velocità di uno sparone e finisce quasi fuori inquadratura. La seconda è…March Chagall, proprio lui! Ma che diavolo ci fa lì?! Guardatelo come sorride! Com’è possibile? Ebbene, tocca sempre a me dire le cose come stanno veramente: Magritte, nel 1936, si trasferì a Vitebsk perché credeva fosse un abbreviazione di Viterbo. Comunque, proprio in quegli anni, Chagall dava spesso di matto mettendosi a lanciare persone, animali e cose, danneggiando interi quartieri della propria città natale (ne abbiamo parlato qui). Quando seppe che Magritte, il grande Magritte si era trasferito lì, volle dargli il suo personale benvenuto: pazzo di gelosia per via del fatto che la moglie Bella aveva voluto appendere in camera un poster di “Golconda” (fatto successivo alla breve ma intensa storia con l’uomo-gallo), andò davanti alla villa occupata dall’artista belga, fumò una sigaretta con Michele discorrendo del calendario di Serie A e poi scagliò un disco particolarmente resistente (forse in teflon) contro la vetrata preferita. Quindi lo salutò platealmente da lontano, con quell’espressione folle, tipica dell’uomo che sta perdendo ragione e consorte. Non si sa come andò a finire tra i due. Si dice che, chiarito l’equivoco Vitebsk-Viterbo, Magritte semplicemente si trasferì e grazie anche all’episodio che ispirò il celebre quadro, fece i soldi. Chagall, ormai divorato dai propri demoni, finì i propri giorni cercando un modo per…rilanciarsi (cespuglio che rotola).

È tutto per questo appuntamento con la Storia segreta del frisbee nell’arte, una rubrica che ha il merito di avere un titolo molto lungo.

Stretcho i flessori e afferro il mozzicone di sigaretta lasciato da Michele sotto la finestra.

Dj Pinu
Dj Pinu

Dj Pinu "è un prodotto della mente. Anzi, ha prodotto della menta ma non era autorizzato per cui l'hanno imprigionato". Ultratrentenne, bolognese di adozione, pur sapendo poco o niente di musica, ha sempre desiderato scriverne. Il sogno - si vocifera solo perchè amico del direttore - si è finalmente avverato.