L’ultimate professionistico non esiste, per ora… parte 2

Uno sguardo d’insieme al mondo delle leghe professionistiche negli Stati Uniti, dalla nascita ai giorni nostri, e un confronto con la realtà europea.

Questo articolo è il secondo di una serie divisa in 3 parti. [prima parte] In questa parte ci occuperemo della Major League Ultimate, meglio nota come MLU.

Come abbiamo visto nella prima parte , l’ultimate americano si sta sviluppando in due filoni abbastanza distinti, da una parte le attività organizzate dalla federazione (USAU), dall’altra le leghe semiprofessionistiche.

Sono ormai sulla scena dal 2012 e, nella stagione 2017, che partirà tra qualche settimana, sarà presente, dopo 4 anni, una sola lega, la AUDL. La sua controparte, MLU, ha dichiarato a dicembre la sospensione delle operazioni, dopo un inizio promettente e un business-project di tutto rispetto, vediamo cosa è successo e cosa la differenziava.

This is the sport. This is the time. This is ultimate. Con queste parole nel novembre del 2012 la Major League Ultimate, iniziò la sua campagna pubblicitaria, fatta di video di ottima qualità, un nome accattivante e quel profumo di professionalità totale che mancava alla AUDL e che sussurrava a chi si interessava di frisbee: seguici, vogliamo costruire qualcosa di grande per il futuro dell’ultimate!

La prima stagione dell’MLU fu un successo, nel 2013 si scontrarono 8 squadre per il titolo, che la lega piazzò intelligentemente in città che avevano una buona tradizione di ultimate come Boston, San Francisco, Seattle e Vancouver. Le aspettative di Jeff Snader, a capo della lega, erano molto alte: l’obiettivo era quello di trattare l’ultimate come gli altri sport professionistici, attrarre gente sui propri canali proponendo eventi di alta qualità, nella speranza di poi poter vendere nel futuro i diritti alle emittenti televisive e stipendiare i giocatori stessi.

Tra gli investitori della prima MLU, c’era anche un italiano, che, chi calca i campi di ultimate da un po’ sicuramente conosce, si tratta di Max Vitali, giocatore dei Bischi di Prato e organizzatore di tanti eventi di spessore sul suolo italiano, che investì nella franchigia di Seattle, i Rainmakers.

La maggiorparte dei giocatori di alto livello americani si avvicinarono alla MLU con interesse, abbinando alla stagione con il club anche quella nella lega, il loro entusiasmo era tangibile: per molti era la prima esperienza in un ambiente del genere e giocare di fronte a fans e ragazzini in un piccolo stadio della propria città era a dir poco elettrizzante. In quel periodo il confronto tra MLU e AUDL non esisteva neanche, sembrava chiaro che la MLU fosse destinata a rappresentare il futuro del frisbee professionistico.

Il progetto prevedeva che gli investimenti e i profitti venissero ridistribuiti dalla lega in modo equo, in pratica la MLU, una volta raccolta una quota da ogni squadra (investitore), organizzava i trasporti e le attività che coinvolgevano le franchigie facendo crescere ogni marchio simultaneamente. In questo modo era sicuramente più facile avere controllo centralizzato e coerenza nelle scelte, ma l’altra faccia della medaglia era una flessibilità ridotta e una crescita più lenta. La AUDL invece ha un rapporto più distaccato con le squadre che sono più autonome economicamente avendo quindi la libertà di organizzare la propria stagione e gestire il proprio marchio con più flessibilità. Questo modello fa si che alcune squadre prosperano, mentre altre fanno fatica a stare a galla.

Sull’onda dell’entusiamo nell’autunno del 2013 Jeff Snader provò a trovare un accordo con USA Ultimate, con una proposta di collaborazione per sfruttare i punti di forza di entrambe le organizzazioni e far crescere l’ultimate. L’errore fu che la settimana precedente all’invio di questa proposta lo stesso Snader criticò l’operato della federazione americana, cosa che fu vista male sia da USAU stessa che dai giocatori, poichè nonostante l’entusiasmo per la MLU, la stagione con il club aveva ancora priorità nella testa di molti e portava una carica affettiva importante.

Il piano della lega era quello di espandersi velocemente, ossia aumentare il numero di squadre partecipanti per rendere il campionato più entusiasmante. Già nella seconda stagione le squadre sarebbero dovute essere 15, divise in 3 conference, ma a causa di un badget ridotto rispetto alle aspettative, nel 2014 si presentarono ancora 8 squadre ai nastri di partenza divise in conference Ovest e East. Praticamente la stagione consisteva nel giocare 3/4 volte con le stesse 3 squadre, prima di incontrare le squadre dell’altra costa nei playoff.

Nonostante le ambizioni della Major League Ultimate, molti giocatori di alto livello decisero di spostarsi nella AUDL che aveva nel frattempo già 17 squadre a giocarsi il titolo, risultando quindi più stimolante dal punto di vista sportivo seppur indietro da quello organizzativo rispetto alla MLU. La maggiorparte dei Revolver, ad esempio, si spostarono dai SF Dogfish (MLU) a 2 franchigie di AUDL, dividendosi tra San Josè Spiders e SF Flamethrowers. Possiamo dire che in quella stagione il bacino di talento era equamente diviso tra le due leghe. Nonostante ciò la MLU era capace di attrarre sponsor come nell’ultimate non era mai accaduto e questo faceva ancora ben sperare per il futuro della lega.

Nel 2015, la terza stagione iniziò a mostrare i primi segni di debolezza, tutti i giocatori della squadra dei Vancouver Nighthawks (MLU) decisero di spostarsi alla sua controparte della AUDL, altri top player si trasferirono per giocare contro i migliori, in una AUDL che contava ormai 25 pretendenti al titolo, contro le solite 8 della Major League per la terza stagione consecutiva. L’organizzazione e la professionalità della lega erano ancora al top, ma l’entusiasmo e l’audience che riusciva a generare non era più quello delle prime 2 stagioni.

Nell’autunno del 2015 Snader abbandonò il suo ruolo di capo della lega, la sua passione e la sua ottica visionaria aveva portato l’ultimate in luoghi dove non era mai arrivato, ma probabilmente la sua testardaggine e sfrontatezza nelle battaglie contro USA e la AUDL sono state delle armi a doppio taglio. Un nuovo gruppo di investitori prese la guida per il 2016, ma nonostante un buon progetto e una stagione tutto sommato avvincente, l’interesse verso la lega scese ancora fino ai minimi storici, specialmente all’interno della community frisbeestica.

Nel dicembre scorso, la MLU ha dichiarato la sospensione delle operazioni, chiudendo di fatto un capitolo e lasciando il passo alla AUDL.

Credo che il modello di business della MLU fosse più vincente di quello della AUDL, ma sarebbe stato ideale in un mondo senza la AUDL stessa a farle concorrenza. Ogni anno la MLU ha dovuto ricalibrare i propri progetti sul monte guadagni, senza mai avere la possibilità di mettere in atto quel piano a lungo termine che probabilmente era nella testa dei suoi fondatori. Probabilmente la poca elasticità, alla fine, si è ritorta contro alla Major League, e se il piano di espansione fosse stato attuato al momento giusto, sull’onda dell’entusiasmo, oggi avremmo un panorama diverso. Un altro errore, con il senno di poi, è stato quello di pensare che la perdita di talento non fosse un grande problema: la lega ha sottovaluto il fatto che, prima di raccogliere fan all’esterno del mondo frisbeestico, è importante avere il supporto della stessa community.

Senz’altro la MLU ha segnato un pezzo della storia dell’ultimate e verrà per lo meno ricordata come la lega che ha spinto gli standard professionali e di visibilità dell’ultimate un gradino più in alto. Nel 2013 la AUDL aveva un decimo della visibilità che ha oggi e USAU non aveva un accordo con ESPN, segno che le cose possono evolversi molto velocemente, vedremo cosa ci riserverà il futuro.

Nella prossima puntata mi occuperò di ultimate europeo: a che punto siamo nel vecchio continente e come potrebbero svilupparsi le cose, se vi va di condividere qualche idea, vi invito a commentare l’articolo!

Questo pezzo ha tratto ispirazione, tra gli altri, da  https://ultiworld.com/feature/this-was-ultimate/, date un’occhiata se volete approfondire 😉

Andrea Mastroianni
Andrea Mastroianni

Ci si può drogare di cose buone… E una di queste è certamente lo sport.