Italiani all’estero: Valerio Iani dagli USA

Valerio Iani è uno storico giocatore della nazionale italiana. Attualmente vive negli Usa, lavora dell’ultimate giovanile e in questa interessante intervista ci racconta come il nostro sport stia letteralmente esplodendo oltre oceano… ma qualcosa di buono ce lo abbiamo anche in Italia.

P: Dove ti sei trasferito e per quale motivo?
V: Sono andato via da Bologna con mia moglie Laura nel 2009. Abbiamo passato un anno nel New Jersey a due passi dal parcheggio della Columbia High School dove è nato l’Ultimate e poi ci siamo spostati in California nella Bay Area

Valerio Iani

quando a Laura è stato offerto un lavoro a San Francisco. Per quale motivo ci siamo trasferiti? La classica fuga di cervelli 🙂 l’America delle opportunità sarà pure un luogo comune ma devo riconoscere che a me è capitato davvero di trovare il lavoro della vita. In Italia avevo coordinato per due anni un interessante progetto del Cusb nelle scuole professionali ma la Provincia di Bologna tagliò i fondi nonostante l’ultimate  desse davvero a quegli studenti una prospettiva nuova, stimolando la responsabilità personale e la propria gestione emotiva. Nei tre anni successivi ho lavorato per Fifd rinnovando, tra le altre cose, la formazione dei tecnici e creando il settore giovanile con l’organizzazione dei primi campionati italiani junior. Ma nonostante gli ottimi risultati non si trovavano i fondi per portare la retribuzione ad un livello adeguato; inoltre, al tempo, il popolo frisbeesta non vedeva di buon occhio che qualcuno fosse pagato per quel lavoro. Così, a corto di prospettive professionali, abbiamo deciso di cercar fortuna negli Usa. Abbiamo rischiato e faticato non poco ma poi ci è stata data un’opportunità. In Italia sembra che l’assunzione sia un favore che ti viene concesso, qui invece il lavoro non solo è retribuito ma anche apprezzato. Ho sempre creduto nel potenziale dell’ultimate e oggi il frisbee è diventato per me una vera e propria professione. Quando mi hanno assunto a San Francisco ero il primo impiegato full-time, adesso siamo in quattro e diamo lavoro a decine di allenatori. Il nostro sport sta esplodendo e nei prossimi anni ci sarà sempre più bisogno di quadri dirigenziali e professionisti del settore.

P: Di cosa ti occupi ora e in che squadra giochi o alleni?
V: Da poco ho celebrato 6 anni a Bay Area Disc. Come Director of Youth and Education mi occupo del settore tecnico e giovanile. Partendo quasi da zero ho creato un calendario con oltre 30 programmi tra summer camps, corsi doposcuola, leghe e tornei a cui partecipano circa 4.000 ragazze e ragazzi delle elementari, medie e superiori. San Francisco e dintorni è un’area urbana di 7 milioni di abitanti, grande quasi come la Corsica, con una popolazione stimata di 90.000 frisbeesti. D’estate mi occupo delle squadre all-star che partecipano ai Youth Club Championships (YCC’s) e alleno gli U17 Aftershock, che negli ultimi tre anni hanno raggiunto sempre le semifinali. YCC’s, organizzato da USA Ultimate, è un evento tutto da seguire per il livello e il talento incredibile che questi giovanissimi atleti esprimono. Osservare e lavorare con i prossimi campioni del mondo è un privilegio. Due dei nostri giocatori, Jeremy e Colby, sono stati determinanti nella vittoria contro il Canada nella finale mondiale U20 del 2016. Come giocatore di club invece ho ormai attaccato gli scarpini al chiodo dopo un infortunio, ma perlomeno lascio con un bel ricordo, un terzo posto ai nazionali Grand Master con gli Shadows, la squadra di vecchie glorie della Bay Area.

P: Qual è la differenza principale che hai riscontrato tra Italia e Usa?
V: Negli Stati Uniti la cultura e l’offerta sportiva è più ampia. Non si vive di solo calcio e la ginnastica artistica non è per sole ragazze. Qui gli sport e le competizioni partono dalle scuole e raggiungono l’apice nelle università dove prendono forma veri e propri circuiti professionistici. Questo espone i giovani a un gran numero di sport e attività all’aria aperta, dal popolare baseball al lacrosse ‘rubato’ agli indiani, passando per il soccer cosi popolare tra le ragazze che le giocatrici di calcio negli Usa sono più numerose di tutti gli altri paesi messi assieme. Tra un guantone da baseball, un tiro a canestro dietro casa e un lancio della palla ovale da football i bambini acquistano presto un’ottima manualità occhio-mano che gli torna molto utile quando poi si avvicinano all’ultimate. Il frisbee è un oggetto familiare che fa parte della cultura popolare e che ritrovi nelle case assieme allo skateboard. Nato qui negli anni sessanta, l’ultimate, se pur sempre uno sport minore, viene considerato un’attività sportiva tutta americana e non una stranezza esotica come accade in Italia. Se a questo aggiungiamo i numeri, sono 16.000 gli under 18 registrati con Usa Ultimate, e le opportunità di gioco e apprendimento a disposizione, si può capire quanto vantaggio le nazionali Usa hanno sulla maggioranza dei paesi calcio-centrici come l’Italia.

P: Cosa potremmo importare dagli Usa, considerando che per tanti motivi Italia e Usa non siano paragonabili?
V: In Italia siamo indietro riguardo la qualità degli atleti, la psicologia sportiva e i fondamentali, ma siamo competitivi nella tattica, la preparazione atletica e la formazione dei tecnici. In Europa siamo più creativi e ci piace sperimentare schemi e strategie. La preparazione atletica negli Usa, anche ad alto livello, è molto improvvisata. Niente a che vedere con quella di Ivo Cassani di Imola ad esempio. L’aspetto atletico viene spesso lasciata ai singoli che seguono la moda del momento tipo il tabata o il crossfit ma senza seguire un programma o adeguati cicli di carico-scarico e per questo finiscono spesso e volentieri con infortuni cronici e una carriera corta. Una longevità di un Nasser M’Bae, di un Rue Veitl o di un nostro ‘Brighel’ Gabriele Giacomini se la sognano. Per quanto riguarda la formazione, nei tecnici sono almeno 10 anni che in Italia si lavora sul modulo psico-socio-pedagogico e vengono utilizzati 3 livelli, cosa che Usa Ultimate sta introducendo soltanto adesso. Forse quello che si dovrebbe importare e che mi sembra manchi in Italia è un costruttivo dibattito sul “gender equity”; bene ad esempio il recente progetto MUD per lo sviluppo dell’Ultimate femminile. Il mondo sarebbe un’altra cosa se avessimo società matriarcali e dessimo pieno potere e indipendenza alle donne!

P: Cosa ti manca maggiormente dell’ultimate italiano?
V: Almeno tre cose. La prima sono gli spogliatoi! Dovreste baciarvi i gomiti se per i vostri allenamenti settimanali usufruite di un fatiscente locale, con due panche arrugginite e l’acqua calda che finisce prima che vi siate sciacquati via lo shampoo dagli occhi. Negli Usa ci si cambia in macchina e niente doccia. L’idea degli spogliatoi non esiste neanche se andate a giocare i Nationals. La seconda è il formato dei tornei, dove si dorme in tenda, si mangia e si fa festa con le altre squadre e tutti guardano le finali con rispettoso interesse. A parte Potlatch vicino a Seattle e Kaimana Klassic alle Hawaii, ai tornei americani finisci per passare tutto il tempo con la tua squadra, magari tra le stanze di un motel o al pub. Se poi non arrivi in finale, tutti ne approfittano, complici anche le grandi distanze, per prendere su le borse e tornarsene a casa. La terza cosa mi manca è un po’ di sana autoironia, le risate a brodo campo e le zingarate. Gli americani si prendono troppo sul serio!

Piero Pisano
Piero Pisano

Appassionato, tifoso, giocatore, allenatore, dirigente: tutto per un disco di plastica