Giocatori italiani master: intervista ad Alessandro Alfano

Intervista ad Alessandro Alfano, detto Alfa. Storico giocatore di Milano, ci racconta l’ultimate frisbee degli anni ’80 e ’90.

Mi chiamo Alessandro Alfano, sono nato e vivo Milano. Sono conosciuto come Alfa. Gli sport praticati prima di incontrare il frisbee? Pattinaggio sul ghiaccio, judo e, grazie al cielo, il basket, sport che per bellezza e affiatamento corale, mi piace accostarlo all’ultimate. Conobbi il frisbee guardando una trasmissione televisiva sulla Rai (c’era solo quella…) intitolata Odeon, che si occupava di costume, società, sport, tempo libero e mostrava servizi da tutto il mondo. Era il 1978 e in quella puntata fecero vedere due nuovi giochi/svaghi che irrompevano tra i giovani. Lo skate board e il frisbee.

Fu un colpo di fulmine. Comprai subito il mio primo “disco”, un California 72 della Wham O e iniziai a lanciare in cortile assieme ad un mio amico. Passavamo ore ed ore di pomeriggio col disco, ricordo ancora bene le ramanzine, che talvolta divenivano insulti, da parte dei passanti del quartiere che sentivano sibilare il frisbee vicino alle loro teste, timorosi di essere colpiti… Imparammo lanci sempre diversi e più stravaganti.
Scoprimmo una figata: lanciandolo sull’asfalto con una certa inclinazione il disco rimbalzava e tornava in linea orizzontale finendo dritto al ricevitore. E si poteva lanciare sia col “rovescio” sia col “tre dita”! Ogni volta che mi allenavo indoor riprovavo quel colpo, una piacevole stravaganza. Andò avanti così per qualche anno, ovviamente dal cortile ci spostammo nei prati dei parchi milanesi finché un giorno, il 5 agosto del 1982, data che non scorderò mai, al Parco Sempione, il cuore verde del centro di Milano, venni osservato da alcuni ragazzi, un po’ meno giovani di me, che a loro volta stavano lanciando, e complimentandosi per i buoni lanci, mi chiesero di unirmi a loro. Purtroppo il mio amico non volle seguirmi nel cammino…

Cominciò così la mia avventura nel mondo del frisbee ufficiale. Dopo qualche giorno iniziai ad allenarmi nella squadra di Milano: così per me il gioco del frisbee divenne lo sport dell’ultimate. I miei compagni di allora, cui devo sempre il mio ringraziamento per avermi “iniziato” a questo sport si chiamavano Giorgio Tardelli, Andrea Pantaleoni, Marietto Serra, Daniel Vynal, Franco Figari, Paolo Dixan Innocenti, Osvaldo Della Flora. Con loro Vico Cilano, Enzo Managò e Rino che, oltre ad essere maestri nell’ultimate erano anche campioni di freestyle.

L’altra costola dell’ultimate italiano era a Rimini. Claudio Clay Collerà, Bibo, Andrea Balducci erano la spina dorsale della squadra adriatica e, assieme ai milanesi formavano la prima nazionale che cominciò a competere a livello europeo. Milano e Rimini erano di fatto le prime due squadre dell’ultimate italiano. Erano i primi paladini del frisbee in Italia. Leader carismatico e indiscusso di quel movimento, che di fatto portò i primi dischi dagli USA, era Franco Figari. Assieme a lui Valentino De Chiara. In realtà Valentino nel
corso degli anni si staccò sempre di più dall’ultimate giocato per occuparsi quasi a tempo pieno dello sviluppo e propaganda del movimento. Successivamente sul panorama italiano entrò Bologna. All’inizio piano, poi sappiamo come è proseguito il percorso, fino alla gloria…

Il mio primo torneo fu nel maggio 1983, un savage seven a Namur (Belgio). Savage seven non per definizione ma per necessità. A causa di alcune defezioni facemmo questo torneo di 3 giorni in 7. Arrivammo dopo un viaggio infinito in macchina, ricordo ancora il maggiolino bianco decapottabile di Franco Figari nella mattina stranamente soleggiata di Namur, con i Men At Work come colonna sonora… Fu un’esperienza stupenda, magica per me, diciottenne inesperto di tutto ma già follemente innamorato di questo sport. Capii quanto l’ultimate fosse aggregante, libero, un po’ stravagante, ma tanto, tanto divertente e coinvolgente. E poi sta cosa che tu eri arbitro di te stesso e potevi esserlo dell’avversario ma senza cadere mai nella malizia, nei trucchi, senza mai approfittare di una svista o della sfortuna altrui, mi responsabilizzava positivamente e, soprattutto, mi faceva capire la vera essenza dello sport. Competere e lottare per vincere senza mai prevaricare o umiliare l’avversario. Giocare e vincere senza inganni ma solo con la propria forza, provando rispetto per chi ha l’altra maglia, sapendo che lui fa la stessa cosa con te.

Tutti i nomi che ho citato poco fa, sono stati i miei primi compagni sia di club sia di nazionale ma, ancor di più, erano il mio dream team. Non esagero dicendo che ancora oggi, a distanza di decenni, nonostante veda
giocare, nelle migliori squadre a livello nazionale, autentici talenti, quei ragazzi restano ancora tra i migliori di sempre, sono stati la vera base, le fondamenta per il futuro dell’ultimate italiano. Aver fatto parte di quella ossatura, di quel gruppo, resta il mio più grande orgoglio, il miglior premio che possa mai aver vinto in questo meraviglioso sport. Credo, anzi spero, di essere stato la stessa base e lo stesso esempio per l’ultimate milanese e per la sua crescita, raccogliendo l’eredità di quei ragazzi del parco Sempione e
trasmettendola alle generazioni milanesi, con cui ho giocato, e a quelle del futuro.

Mondiali a Colchester, foto con la nazionale olandese

Ho partecipato a diversi campionati europei e mondiali con la nazionale open, in Austria, Svizzera, Svezia, Germania, Belgio, Francia. Di certo i risultati sul campo non sono mai stati eccellenti ma i ricordi e i momenti di divertimento e lo spirito di squadra vissuti con tutti i compagni con cui ho avuto il piacere di passare tutto il mio tempo da giocatore, ripagano di tutte le sconfitte subite… Come ogni frisbista sa e dice, il premio più importante per ogni giocatore non è quello sul campo ma la vittoria dello Spirito del Gioco. Ho avuto l’onore, assieme ai miei compagni della Nazionale Master, di ricevere questo riconoscimento ai mondiali Master del 2008 a Vancouver. Un momento indelebile nella mia memoria. Ti senti orgoglioso e fiero, e sai che l’hai vinto perché sei in una squadra, in un gruppo.

Non ho memoria del numero di tornei internazionali a cui ho partecipato, col mio club di appartenenza di Milano, ma sono davvero tanti. Di certo i due tornei più assidui come frequentazione sono stati Ginevra e Winterthur. Gli aneddoti che emergono dalla mente legati a questi due tornei sono innumerevoli. Pochi derivanti dai party perché non sono mai stato un grande frequentatore degli stessi, avendo da sempre un grande problema con le ore di sonno. Ne racconto solo uno, banale se vogliamo, ma indimenticabile per quanto mi abbia divertito. Stavamo andando a Winterthur in macchina, partecipavamo come Salutami ‘N Tonio, leggendaria squadra di Milano. Eravamo solo 3: alla guida Ivi (Pierluigi Ricci) e uno dei tantissimi stranieri che transitavano da Milano per studio o lavoro e si integravano per tutto il tempo di permanenza nella nostra squadra. Lo straniero di turno si chiamava Jamine, ragazzo inglese simpatico e in prospettiva con buone doti frisbistiche, era un gran corridore. Ma era giovane ed inesperto e un po’… superficiale. All’epoca, parlo dei primi anni ’90, era ancora necessario il documento d’identità per entrare in Svizzera (lo so, anche adesso, ma ai tempi erano molto più rigidi). Prima di partire per una trasferta all’estero ci si chiedeva più volte se tutti
in macchina avessero ricordato il documento. Jamine assentì più volte. Arrivammo alla dogana, ci chiesero i documenti e Jamine mostrò… la tessera della biblioteca universitaria! Nonostante le nostre preghiere ovviamente gli svizzeri furono inamovibili. Ci permisero solo di accompagnare il malcapitato ad un bed and breakfast adiacente la dogana. Restò lì per l’intero week end e passammo a riprenderlo al ritorno. Quando
Ivi, che era particolarmente suscettibile e nervoso, tornò dal B&B dopo averlo accompagnato, io aspettavo in macchina, nel vialetto di avvicinamento alla macchina si lasciò andare a un urlo leonino :
COGLIONEEEE!!! Liberando tutta la rabbia e frustrazione accumulate in quel paio di ore buttate al vento. Io non aggiunsi altro, ma dentro di me c’era un luna park di divertimento per quella scena!

Allenamenti al parco ce ne sono stati parecchi, ma non erano improvvisati. A Milano ci si trovava la domenica mattina al Parco Forlanini, si andava presto altrimenti gli spazi migliori venivano occupati dai calciatori domenicali. Erano momenti importanti per crescere e fare sempre più gruppo tra noi. Penso sia stato così per tanti club in Italia che negli anni nascevano. Ricordo che a Rimini si trovavano, a volte anche noi di Milano partecipavamo, al Parco Marecchia. Si respirava sempre una atmosfera stupenda, di amicizia, quasi di cameratismo, uniti dalla stessa passione per uno sport che tutti insieme volevamo fare decollare ma che in Italia era, ahimè, dai più sconosciuto o accostato come il gioco del lancio del coperchio del Dixan al cane in spiaggia o al parco…

Un altro aspetto che ricordo bene sono tutte le occasioni tentate per fare diffusione e propaganda tramite le cosiddette “esibizioni”. A Milano le abbiamo provate in ogni dove, persino negli oratori di provincia, dove
eravamo visti come degli alieni, con sto disco che volava e noi che ci divertivamo, sempre e a prescindere. Per non parlare delle ore ed ore spese in dimostrazioni nelle scuole, grazie ai primi agganci con i professori,
comunque incuriositi da un’attività per lo meno diversa dalla solita pallavolo da far praticare ai propri alunni. Mi sono sentito spesso frustrato dall’indifferenza degli studenti che, nonostante i nostri sforzi di coinvolgerli, godevano di un paio d’ore di anarchia legalizzata dalla presidenza, al posto delle due noiose ore di ginnastica per farsi gli affari propri…

Ma le esibizioni che rimarranno per sempre nella mia memoria e nel mio cuore sono quelle che facemmo allo stadio di S.Siro (vedi foto di copertina). Sto parlando del 1985 e 1986. Furono in occasione di Inter – Empoli, Inter – Avellino e, soprattutto, Milan – Juventus. Conservo ancora quelle foto con noi in posa, vestiti dall’unico sponsor trovato in quei decenni, Morale di Firenze. Vennero anche i riminesi a rimpolpare le fila e fu un’esperienza unica. Una giornata bellissima! I preparativi, le parole e l’eccitazione tra di noi, la vestizione in una sorta di magazzino a livello del campo, il sottofondo del pubblico che cominciava a riempire lo stadio per una classicissima del campionato di serie A, tutto portato alla soglia della fibrillazione quasi. Non credevamo ai nostri occhi…eravamo fieri e orgogliosi di mostrare al tifoso di calcio che esisteva un altro SPORT, serio, entusiasmante, impegnativo, divertente, con tanta corsa e tecnica, e non c’era l’uomo con la maglia nera ed il fischietto. Entrammo in campo. Stare in quel catino, quell’arena, e trovarsi davanti a 80.000 spettatori ci fece tremare le gambe. Giocare su quel prato, più lungo di quelli cui eravamo abituati e che sembrava in realtà infinito, ci faceva mancare il fiato. Alla fine non so quanto capirono gli spettatori e soprattutto, quanto seguirono la nostra partita. Era una novità, l’anomalia dell’assenza di un pallone, ma so bene quanto ci divertimmo e quale portata, quale impronta lasciò quella giornata nell’animo di ognuno di noi.

Mi piace ricordare tra i partecipanti anche un mio caro amico e compagno di squadra di allora. Il mitico Paul Bernier, giocatore meraviglioso. Iniziò a
giocare qualche settimana dopo di me ma, ma…terminò ben prima di me!…C’era anche lui nella nazionale Master di Vancouver.

Tornando alla diffusione nelle scuole, mi aggancio alle differenze che trovo tra l’ultimate dei miei primi anni e quello attuale. Innanzitutto, per fortuna e per bravura di chi ha saputo intraprendere il percorso di inserimento, mi viene quasi da dire di penetrazione nelle scuole, nel corso degli anni l’ultimate italiano è cresciuto per questo motivo. L’ultimate ha proprio svoltato grazie a questo. La diffusione e la presenza nelle scuole, dalle primarie soprattutto fino alle università. I maestri e precursori in questo sono stati certamente i bolognesi. Grazie alla sintonia e agli accordi col CUS hanno fatto un lavoro enorme. Lo stesso penso fatto a Rimini, Fano, Padova. Più tardi, con grave ritardo, anche Milano, Bergamo e Como. I risultati li vediamo tutti e sono a dir poco entusiasmanti. Innegabile poi che sia cambiato molto sul campo. Oggi si cura molto di più la parte atletica. Si vedono in campo giocatori assai fisici e preparati dal punto di vista della resistenza, degli scatti, della tenuta. Nel corso degli anni è aumentato il numero e le varianti degli schemi di gioco, sia di attacco sia di difesa. Ai miei primi tempi il gioco era molto più… improvvisato. Più libero e meno rinchiuso negli schemi appunto. C’erano i giocatori più tecnici, con maggior manualità, che iniziavano e portavano avanti l’azione (gli attuali handler). L’azione proseguiva sui centri (ora cutter) e terminava con un lancio alle punte, che solitamente erano quelli maggior dotati sulla corsa ma avevano meno dimestichezza col disco in mano. Ma in genere l’occupazione degli spazi era più casuale, meno ingabbiata in un disegno tattico studiato ore ed ore in allenamento come si fa oggi. Capitava che i due portatori facessero a fare un dai e vai, ubriacando di scatti e ritorni e finte gli avversari, riuscendo talvolta ad arrivare nei pressi della meta! Mi viene da dire che c’era più tecnica e meno velocità. Ma sarei smentito dai fatti, visti gli atleti che calcano i campi odierni. Anche oggi ci sono squadre con giocatori molto bravi tecnicamente ma al tempo stesso poliedrici, chi sa portare e lanciare lungo in meta sa anche realizzare saltando più in alto del difensore. Credo però che queste squadre siano ancora poche, ovvero con eccellenze in ogni parte del campo, sono molte le squadre che devono migliorare nella manualità, nella visione del gioco, e nella fantasia. Ci vuole anche quella, idee per uscire da uno schema incartato, da una difesa ossessiva. Ecco, forse oggi, in peggio rispetto ad un tempo, ci sono troppi schemi. Il gioco risulta troppo inquadrato, vedo giocatori che non prendono iniziative, vedo giocatori che non si muovono se lo schema non ha preso il suo tragitto e non ne segue le fasi, resta intrappolato nelle sequenze e si perde in campo senza trovare una posizione utile.

Mi accorgo che sto scadendo nel giudizio tattico e non mi si confà. Penso però che il pensiero sia chiaro. Era un gioco più snello, più semplice. Ma l’intensità era la medesima, seppur oggi, come detto, c’è più preparazione e attenzione all’aspetto fisico/atletico.

Concludo dicendo una cosa che forse molti sapranno già. Alfa out. Dopo 37 anni ininterrotti, ci tengo a precisarlo, ho deciso di lasciare l’ultimate giocato. E’ stata una decisione durissima da prendere ma maturata nell’ultimo anno di gioco, durante il quale, come sempre ho fatto, mi ero allenato regolarmente e ho partecipato all’ennesimo CIU fino alle finali di Trento. Il mio corpo mi dava segnali di avvertimento. Non volevo finire la mia carriera di giocatore infortunandomi, cosa che per fortuna non mi è mai successa (tranne qualche contrattura o distorsione). A livello di uso del disco, manualità, tecnica di lancio, efficacia in attacco per scelte e precisione, credo di essere ancora all’altezza e me lo confermano anche i miei compagni milanesi più giovani, ma non c’è solo quello in una partita, correre dietro un ventenne non era propriamente più facile! Da Trento in poi la decisione è andata via via cementandosi dentro di me. Ho deciso che era arrivato il momento di chiudere il libro, scrivere l’ultima pagina di questo meraviglioso viaggio. Il momento, davvero amaro e triste ma non più procrastinabile, di chiudere una parte della mia vita. Perché questo è stato l’ultimate per me. La mia vita. L’11/11/2019 si è chiusa ufficialmente, con una serata di solo gioco con gli amici (compagni e avversari) di tanti anni, la mia storia giocata. Emozioni infinite sotto un diluvio universale, che confondeva le mie lacrime al momento dei saluti finali… (A onor del vero ho partecipato poi ai primi di gennaio al torneo indoor di Dalmine assieme ai “vecchi” di Bergamo: un altro week end di passione, gioco, divertimento!).

Un saluto a tutti i giovani giocatori che in questi anni sono stati determinanti nella crescita dell’ultimate italiano.

Volate sempre alto!
Alfa #11

Piero Pisano
Piero Pisano

Appassionato, tifoso, giocatore, allenatore, dirigente: tutto per un disco di plastica