Come ha fatto Bologna a diventare la capitale del frisbee europeo?

Con la doppia vittoria nell’ultima champions (le Shout nella femminile e la Fotta nella maschile), Bologna è diventata la città da battere sul territorio europeo. Ma come ci è riuscita? 

Se pensate che il motivo principale sia un fantomatico supporto economico, siete fuori strada. Forse la qualità degli impianti sportivi? Assolutamente no. Grande qualità negli allenamenti? Nemmeno. Il motivo principale, dal mio punto di vista, è un aspetto troppo spesso sottovalutato.

Sicuramente, aver puntato molto sui giovani, è stato vincente. Ma non tutti i giovani sono forti uguali e non tutti gli attuali giocatori della Fotta hanno iniziato a giocare da giovani (diciamo intorno ai 14 anni). Soprattutto, considerare giovane una persona che inizia a praticare uno sport a 14 anni, farebbe ridere l’allenatore di qualsiasi altro sport. Un giocatore è giovane quando inizia a giocare verso gli 8 anni, massimo sotto i 10 anni per stare larghi.

Quindi, come ha fatto la città di Bologna, se neppure l’aspetto dell’età è così fondamentale? Diciamo che un giovane di 14 anni è già sportivamente formato, nel senso che se è scoordinato, pigro, poco agonistico e altro ancora, purtroppo non ci si può fare molto. Potrà diventare un buon giocatore, ma difficilmente uno dei migliori giocatori d’Europa.

Avere un ampio bacino di giovani può sicuramente aumentare la possibilità di trovare il fenomeno di turno, ma non è matematico. Vogliamo allora dire che per Bologna è stata solo una botta di fortuna quella di ritrovarsi nelle mani dei baby fenomeni tra i tanti ragazzi coinvolti? Non credo.

Secondo me la risposta è un’altra: l’aspetto che ritengo fondamentale, e qua arrivo al punto, è quello di aver reso “affascinante” il nostro sport agli occhi dei migliori sportivi della città, giovani o meno giovani. Non averlo presentato come uno sport alternativo ma paragonabile (e quindi con la stessa dignità) agli altri sport. Essere riusciti, cioè, a far equiparare, nell’immaginario di ogni giocatore, l’ultimate con i ben più diffusi basket, calcio o pallavolo.

Provo a spiegarmi meglio. In una città immaginaria, diciamo che ci sono 100 atleti di alto livello, che potrebbero fare bene qualsiasi sport. Inevitabilmente questi andranno a praticare gli sport più famosi, o quelli dove si guadagna di più (che poi è la stessa cosa) oppure quelli in cui si sentono più portati, o in cui si divertono di più. Scarteranno gli sport minori perchè non gli danno le stesse emozioni che provano a praticare gli altri sport. Ma se siamo bravi ad attrarre anche solo un 3% l’anno di questi atleti (tra i 10 e i 20 anni), in poco tempo riusciremmo ad ottenere una squadra competitiva.

E proprio questo, secondo me, è stato il punto di forza di Davide Morri, vero motore di tutto il processo bolognese (che poi si è ampliato e ha visto coinvolte tante altre persone nelle varie squadre e nelle successive società nate): gasare i ragazzi, farli sentire dentro un sport vero e non secondario, in cui potevano essere protagonisti, uno sport fatto di divertimento ma anche di competizione, esattamente come tutti gli altri. Non uno sport minore ma semplicemente uno sport meno diffuso, che permetteva quindi di scalare velocemente le classifiche e ritrovarsi poi in nazionale in pochi anni, competendo con i migliori al mondo.

Foto di copertina di Enrico Pensalfine

Piero Pisano
Piero Pisano

Appassionato, tifoso, giocatore, allenatore, dirigente: tutto per un disco di plastica