Vi ricordate quando si giocava ad ultimate?

Pubblichiamo questo articolo che ci è giunto da un nostro lettore.

Mi è mancato l’ultimate in questi mesi? Dopo un 2019 abbastanza impegnativo tra tornei, preparazioni atletiche e recupero di infortuni, ho accettato di buon grado una pausa, sperando anche in un reset fisico. In questo periodo di stop obbligato, ho pensato all’anatomia dell’ultimate ed in particolare alla parte meno appetibile di esso. Io divido questo sport come se fosse il corpo umano. Le mani e le braccia rappresentano la tecnica, le gambe e i polmoni sono la parte atletica, nella testa risiede la tattica, e poi ci sono il cuore, che ovviamente pompa la passione, il culo, che simboleggia la fortuna di trovarsi nel luogo e/o nel momento giusto per praticare il livello ideale di ultimate, altre parti che riguardano più la goliardia e la socialità (servirebbe un articolo a parte), ed infine la schiena, che sorregge tutto e comprende quelle attività un po’ noiose, ma senza il quale non ci troveremmo sui campi a giocare. A quest’ultimo elemento mi ha fatto ripensare il lockdown. Inaspettatamente, ho provato un po’ di nostalgia per quello che sta dietro il gioco, come quelle vigilie di torneo frenetiche, passate a preparare il borsone, tenendo nella mano sinistra la lista sacra delle cose da portare, e nella destra il telefono per fare controlli incrociati sul meteo, rileggendo orari di partenza e ultime indicazioni varie. La base di questa operazione sono i dilemmi gravi a livelli di G20 come: “porto la maglia termica?” “e se piove?” “porto uno o due paia di scarpe per giocare?” “ma se porto il disco bello poi me lo fregano” “io i piatti e le posate li metto, poi vedrai che non serviranno”. E se ci sono da pendere degli aerei con tende da portare? Un incubo! Si ripropone la lotta infinita del vostro Northface, o qualsiasi altro zaino che sia high-tech o sgangherato, contro la bilancia e il metro per vedere se rispetta i limiti della compagnia aerea che prova costume levati proprio! Ma la schiena dell’ultimate non è solo questo, anzi questo forse è l’aspetto meno noioso perché almeno si intravede l’obiettivo. Prima di arrivare al borsone ci sono le iscrizioni, le sfilze di messaggi e file con le info, per non parlare della divisione degli equipaggi sulle macchine tipo: “Allora, se lui viene con voi, si libera un posto di là per Tizio” “Ma così non c’è più nessuno che riesce a passare a prendere Caio” “Se no, dovrebbe prendere la macchina Sempronio che passa da lì, così poi ci troviamo di là” ” E ma poi al ritorno?”. Cose già viste e già sentite che a ripensarci fanno un po’ rabbrividire, ma poi riecco quell’attimo di nostalgia. L’ultimate si basa talmente tanto sugli spostamenti e le deadline, che la programmazione è indispensabile quanto faticosa. Che si tratti di una tappa di campionato, un torneo vicino o all’estero, magari con aerei oppure viaggi della speranza, tra autobus o macchine cariche come quelle dei profughi di guerra, c’è sempre del disagio. Siamo sinceri, abbiamo tutti quel compagno un po’ in conflitto con l’igiene intima, la cui fragranza misto di ascella, calzino sportivo e alimentazione alternativa, cerca di impossessarsi di ogni centimetro cubo dell’abitacolo e delle vostre vie aeree (se non ce l’avete potreste essere voi). Ora, pur di andare ad un torneo, vi fareste tutta la rete autostradale italiana ed europea con uno così. Probabilmente il dolore è passato e ora ci scappa un mezzo sorriso, ma la rotula di quello seduto dietro di voi, che per circa 200 km si è sostituita a una delle vostre vertebre (a proposito di “schiena dell’ultimate”), gliel’avreste staccata a morsi in quel viaggio per la Svizzera. Aaaah meno male che l’epoca moderna ci ha dato gli aerei! Così puoi prendere un volo economico, ad un orario improponibile, per un aeroporto servito malissimo o magari con un servizio pick up del torneo, solitamente fonte di false speranze peggio di una campagna elettorale. Però siamo sinceri, quante cazzate avete sparato e giochi assurdi avete inventato per ingannare il tempo in quelle attese interminabili? Penso che tutte le chat di squadra siano piene di foto imbarazzanti di gente che dorme in posizioni impossibili o di altri equipaggi entusiasti alla partenza e distrutti all’arrivo. Qualcuno è diventato un master dei trasporti esteri, nonostante le barriere linguistiche, geografiche e monetarie. Altri, pur di non ritrovarsi su pullman sbagliati, hanno tirato fuori google maps e l’animo del pellegrino del cammino di Santiago, oppure hanno fatto l’investimento del taxi facendo il segno della croce ad ogni giro di tassametro. Tutte queste cose rappresentano gran parte dell’ultimate, la partita è solo la punta dell’iceberg. Se andiamo ancora più a fondo, dovremmo nominare quei santi che mandano le email agli organizzatori, cercano alloggi e soluzioni per il cibo, se non sono loro stessi già gli organizzatori. Potremmo dire che insieme ai cherubini e ai serafini ci siano anche i team managers, che siano stati nominati, occasionali oppure semplicemente immolati per la causa. E le maglie? Con le diatribe su colori e grafiche, fornitori e tempistiche. Ah perché puoi anche perdere 15-2 ma almeno l’hai fatto con una bella divisa. Le riunioni? Tanto interminabili quanto inconcludenti, con le solite fazioni e gli scontri filosofici che hanno più episodi di Star Wars. Sempre tante idee che poi si sfracellano contro la realtà di uno sport percepito poco e male dal resto del mondo e in particolar modo da chi ci dovrebbe dare gli spazi e la visibilità. Ma a spizzichi e mozzichi si va avanti e ogni tanto esce qualcosa di positivo e sorprendente. I soldi? Mancano sempre e bisognerebbe assumere dei picchiatori per riscuotere le quote di qualsiasi cosa: dai tesseramenti, ai viaggi, dai tornei ai conti del pub dove ci si trova dopo l’allenamento che (mannaggialamiserialadra!) c’è sempre qualcuno che si dimentica di pagare una coca e le patatine fritte. Fossero stati un litro di birra e una pizza salsiccia, soppressata, peperoni e scamorza, almeno avevano una loro dignità! Insomma mi è mancato l’ultimate? Direi abbastanza da essere pronto ancora per tutto questo. E a voi?

Articolo di “Rob V.”

Foto di Enrico Pensalfine

Piero Pisano
Piero Pisano

...appassionato, tifoso, giocatore, allenatore, dirigente. Tutto per un disco di plastica...